Decreto Omnibus: Auto aziendale vecchia? Preparati a pagare di più: ecco cosa cambia davvero con la nuova stangata fiscale

Con il decreto Omnibus il Governo vuole svecchiare le flotte aziendali, e lo fa dove fa più male: in busta paga

Se hai un’auto aziendale e la usi anche per andare al mare la domenica, tieniti forte: sta per arrivare una novità che potrebbe pesare non poco sul tuo stipendio netto. Non si tratta dell’ennesima stretta sui carburanti o di un nuovo bollo, ma di una modifica al calcolo del cosiddetto “fringe benefit”, cioè il valore fiscale che viene attribuito all’uso privato di un veicolo assegnato dall’azienda. E la novità più importante ha a che fare con qualcosa a cui probabilmente non avevi mai pensato prima: l’età della tua auto.

Fino ad oggi, per capire quanto ti sarebbe stato tassato in busta paga per l’uso della macchina aziendale, contava soprattutto il tipo di motore: elettrico, ibrido plug-in o tradizionale. Con la riforma in arrivo, invece, entra in gioco un nuovo criterio che il Fisco non aveva mai usato prima per questo scopo: quanti anni ha il veicolo dalla sua prima immatricolazione. E se la risposta è “più di cinque”, la tassazione sale in modo sensibile.

Cosa cambia per chi ha un auto aziendale?

Vediamo insieme, con calma e con qualche numero alla mano, cosa cambia esattamente, perché il Governo ha deciso di intervenire proprio così, e cosa significa tutto questo per chi guida un’auto aziendale o per chi, in azienda, si occupa di gestire una flotta di veicoli.

Di cosa stiamo parlando: il decreto Omnibus e la riforma della riforma

Partiamo dal contesto, perché aiuta a capire meglio la portata della notizia. Il provvedimento di cui si parla è il quarto decreto correttivo della delega fiscale, ribattezzato informalmente “decreto Omnibus“. In pratica, è un testo che interviene per correggere e mettere a punto alcune norme già approvate negli anni scorsi nell’ambito della grande riforma fiscale avviata con la legge delega del 2023.

Il Consiglio dei Ministri lo ha approvato in via preliminare il 10 giugno 2026, ma attenzione: questo non significa affatto che sia già legge. Il testo è stato poi trasmesso alle Camere il 21 luglio 2026 per il parere delle Commissioni parlamentari competenti, e solo dopo questo passaggio potrà tornare al Consiglio dei Ministri per l’approvazione definitiva e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Secondo le prime indicazioni della stampa specializzata, il via libera finale non arriverà prima della fine della pausa estiva, e comunque il termine ultimo fissato dalla legge delega per approvare il decreto è il 29 agosto 2026.

Insomma: la direzione è ormai abbastanza chiara, ma i dettagli tecnici potrebbero ancora subire qualche ritocco prima del testo definitivo. Vale la pena tenerlo a mente mentre leggi i numeri qui sotto, perché in questi mesi qualcosa potrebbe ancora muoversi.

Decreto Omnibus. La vera novità: l’età dell’auto diventa un fattore fiscale

Fino a poco tempo fa, il sistema per calcolare il fringe benefit delle auto aziendali si basava sulle emissioni di CO2, poi sostituito con la riforma della Legge di Bilancio 2025 da un criterio legato al tipo di alimentazione del veicolo. Un sistema già di per sé abbastanza articolato, che continua a restare la base di partenza anche nella nuova versione.

Quello che cambia ora è un ulteriore livello sopra questa base: se l’auto ha più di cinque anni dalla prima immatricolazione, scatta una maggiorazione del 50% sul valore imponibile già calcolato. Non del 50% in assoluto, ma del 50% applicato alla percentuale che già si usa oggi. Sembra un dettaglio tecnico, ma cambia molto i conti, quindi vediamolo con ordine.

Come funziona oggi il calcolo di base

La base di partenza resta la stessa: il valore imponibile si calcola applicando una percentuale fissa al costo chilometrico convenzionale stabilito dalle tabelle ACI, su una percorrenza annua convenzionale di 15.000 chilometri. Le percentuali, oggi, sono queste:

  • Auto 100% elettriche: 10% del valore ACI
  • Auto ibride plug-in: 20% del valore ACI
  •  Tutti gli altri veicoli (benzina, diesel, GPL, metano e ibride non ricaricabili): 50% del valore ACI

Queste percentuali restano valide nei primi cinque anni di vita del veicolo. È dal sesto anno in poi che cambia tutto.

Cosa succede dopo i cinque anni

Superata la soglia dei cinque anni dalla prima immatricolazione, a queste percentuali si applica una maggiorazione del 50%, calcolata in termini relativi e non in punti percentuali assoluti. Tradotto in numeri concreti:

  • Un’auto elettrica passa dal 10% al 15% del valore ACI
  • Un’ibrida plug-in passa dal 20% al 30% del valore ACI
  •  Un’auto con motore tradizionale passa dal 50% al 75% del valore ACI

È proprio quest’ultimo caso quello che fa più rumore, perché riguarda la stragrande maggioranza del parco auto aziendale italiano, ancora fortemente sbilanciato su benzina e diesel. E in termini assoluti, è anche l’aumento più pesante, dato che si parte già dall’aliquota più alta.

Esempio pratico

Per capire cosa significa in pratica, facciamo un esempio semplice ma realistico. Immaginiamo un’auto a benzina con un costo chilometrico convenzionale ACI di 5.000 euro l’anno. Nei primi cinque anni, il benefit imponibile su cui si calcolano le tasse sarebbe pari al 50% di quella cifra, quindi 2.500 euro l’anno. Dal sesto anno in poi, invece, la stessa base di calcolo sale a 3.750 euro l’anno: 1.250 euro in più di reddito imponibile ogni anno, che si traducono in tasse più alte sia per il dipendente (IRPEF) sia per l’azienda (contributi).

Non è un dettaglio da poco, soprattutto se si considera che moltissime aziende italiane, per contenere i costi, tendono proprio a tenere le auto più a lungo possibile, magari ammortizzandole del tutto o prolungando i contratti di noleggio a lungo termine oltre la scadenza naturale.

Perché il Governo ha deciso di intervenire così

La logica dietro questa scelta, secondo quanto emerge dalla relazione tecnica al decreto, è piuttosto semplice: un’auto più vecchia è, in media, anche più inquinante. Colpendo fiscalmente chi tiene i veicoli oltre una certa soglia di anzianità, l’obiettivo dichiarato è spingere le aziende a rinnovare le flotte più rapidamente, con un traguardo indicativo di circa quattro anni per il ricambio dei mezzi.

Il viceministro dell’Economia e delle Finanze, Maurizio Leo, ha spiegato che l’intervento nel suo complesso mira anche a superare le incertezze interpretative che negli ultimi anni hanno reso la materia del fringe benefit auto un vero rompicapo per uffici del personale e consulenti del lavoro, garantendo maggiore chiarezza applicativa sia per le imprese sia per i lavoratori.

C’è però anche un risvolto meno dichiarato ma piuttosto evidente: più veicoli nuovi comprati o noleggiati significano più gettito IVA, più immatricolazioni e un settore automotive che, tra transizione elettrica e crisi di vendite, ha bisogno di ossigeno. Difficile pensare che questo aspetto non abbia pesato nella scelta.

Decreto Omnibus. Il forfait sugli optional: finalmente una regola chiara

Tra le novità del decreto, ce n’è una che in realtà semplifica la vita a molte aziende, invece di complicarla. Riguarda gli accessori e gli optional montati sull’auto ma non compresi nelle tabelle ACI: pensiamo ai sistemi di guida assistita più avanzati, agli impianti audio premium, ai rivestimenti interni particolari.

Fino ad oggi, l’Agenzia delle Entrate tendeva a chiedere che questi elementi venissero valorizzati singolarmente secondo il criterio del cosiddetto “valore normale”, un’operazione tutt’altro che semplice che apriva la strada a possibili contestazioni e a un lavoro amministrativo notevole per gli uffici del personale.

Con la nuova disciplina, tutto questo viene superato: indipendentemente dal numero e dal valore reale degli optional presenti sul veicolo, la base imponibile del fringe benefit viene semplicemente aumentata di un forfait fisso del 5%. Una soluzione più rigida, certo, ma decisamente più prevedibile e meno esposta al rischio di controlli e contenziosi. Per le auto più accessoriate il prelievo fiscale può salire leggermente, ma in cambio si guadagna in certezza del diritto, cosa non da poco in un ambito che negli ultimi anni ha generato non poche grane interpretative.

Il nodo delle riassegnazioni: qui la partita è ancora aperta

Questo è probabilmente il punto più delicato e, al momento, anche il più in movimento dell’intero provvedimento. Riguarda cosa succede quando un’auto aziendale già in uso passa da un dipendente a un altro, magari perché il primo assegnatario si è dimesso o è cambiato reparto.

Nelle prime bozze della riforma si era ipotizzato uno scenario piuttosto penalizzante: la riassegnazione avrebbe potuto comportare un ricalcolo del fringe benefit sulla base del valore normale di mercato del veicolo usato, un criterio molto più oneroso di quello forfettario applicato di solito alle auto nuove.

Il correttivo, nella versione approvata in via preliminare, sembra invece andare in una direzione più favorevole per aziende e dipendenti: quando l’auto passa a un nuovo lavoratore della stessa azienda, la sua “storia fiscale” dovrebbe restare invariata, continuando a essere tassata secondo lo schema legato al tipo di alimentazione, con la maggiorazione del 50% che scatterebbe solo al compimento effettivo del quinto anno dalla prima immatricolazione, indipendentemente da quanti dipendenti l’abbiano guidata nel frattempo.

Attenzione però, perché qui le cose si complicano un po’: secondo le indicazioni più recenti circolate dopo la trasmissione del testo alle Camere, il criterio di riferimento per la maggiorazione del 50% potrebbe non essere più legato alla prima immatricolazione del veicolo in assoluto, ma all’anzianità del veicolo presso il singolo dipendente a cui è assegnato. Se questa versione dovesse essere confermata nel testo definitivo, cambierebbe non poco lo scenario: un’auto già “anziana” ma riassegnata a un nuovo dipendente potrebbe far scattare comunque la maggiorazione, proprio nel momento della riassegnazione, contraddicendo in parte la tutela descritta nella prima bozza.

È il classico caso in cui conviene aspettare il testo definitivo prima di trarre conclusioni troppo affrettate: la materia, dopo il passaggio parlamentare, potrebbe ancora essere oggetto di aggiustamenti.

Quando scatta esattamente la soglia dei cinque anni

Un dettaglio pratico che interessa molto chi si occupa di gestione flotte: la maggiorazione non scatta esattamente nel giorno in cui il veicolo compie cinque anni, ma dal 31 dicembre del quinto anno successivo a quello della prima immatricolazione. Un modo per semplificare i calcoli su base annuale, evitando conteggi al giorno per giorno che avrebbero reso la gestione amministrativa ancora più complicata.

E chi ha già un’auto in corso? Il regime transitorio

Buone notizie per chi ha già un contratto di noleggio o un’assegnazione in corso: è prevista una clausola di salvaguardia. Le auto ordinate entro il 31 dicembre 2024 e consegnate al dipendente entro il 31 dicembre 2025 dovrebbero mantenere il vecchio regime fiscale, quello in vigore fino alla fine del 2024, evitando così il rischio di finire tassate secondo il più penalizzante criterio del valore normale. Questo regime transitorio, secondo le informazioni disponibili, si applicherebbe anche in caso di riassegnazione del veicolo a un altro dipendente.

Da quando si applicherà la nuova disciplina

Secondo le prime indicazioni, le nuove regole dovrebbero trovare applicazione a partire dal periodo d’imposta 2026, una volta completato l’iter di approvazione parlamentare e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Considerando che il termine ultimo per l’approvazione definitiva è fissato al 29 agosto 2026, è ragionevole aspettarsi che la questione si sblocchi definitivamente entro l’inizio dell’autunno.

Decreto Omnibus. Cosa cambia in pratica per aziende e dipendenti

Riassumendo, ecco i punti chiave da tenere a mente:

     Le auto aziendali con più di cinque anni dalla prima immatricolazione costeranno di più in busta paga, con una maggiorazione del 50% sul valore imponibile già calcolato in base al tipo di alimentazione.

     Per le auto a benzina o diesel, quelle più diffuse nelle flotte italiane, l’aliquota applicata al costo ACI passa dal 50% al 75%: l’aumento più pesante in assoluto.

     Gli optional non compresi nelle tabelle ACI non richiederanno più valutazioni caso per caso, ma un semplice forfait del 5% sulla base imponibile.

     Le riassegnazioni interne dovrebbero, salvo modifiche nel testo definitivo, mantenere la “storia fiscale” originaria del veicolo, anche se su questo punto il dibattito è ancora aperto.

     Chi ha un’auto già assegnata entro fine 2025 dovrebbe restare protetto dal vecchio regime, grazie a una clausola di salvaguardia.

     Il tutto è ancora in fase di approvazione: il testo definitivo potrebbe arrivare non prima della fine dell’estate 2026.

Cosa conviene fare, in attesa del testo definitivo del Decreto Omnibus

Se lavori con un’auto aziendale, o se in azienda ti occupi della gestione della flotta, il consiglio più sensato in questa fase è uno solo: monitorare gli sviluppi senza affrettare decisioni definitive. Il provvedimento non è ancora legge, e alcuni punti chiave, in particolare quello sulle riassegnazioni, potrebbero ancora cambiare durante il passaggio parlamentare.

Detto questo, la direzione generale della riforma sembra ormai abbastanza consolidata: le auto più vecchie costeranno di più, sia per chi le guida sia per chi le assegna, e questo potrebbe rendere conveniente, per molte aziende, iniziare fin da ora a valutare piani di rinnovo della flotta più aggressivi rispetto al passato, magari puntando anche su veicoli elettrici o ibridi plug-in, che restano nettamente favoriti dal punto di vista fiscale rispetto ai motori tradizionali. Una strategia che, oltre a contenere i costi fiscali futuri, va anche nella direzione che il legislatore ha chiaramente indicato come obiettivo di fondo di tutta l’operazione.

Elisa Pibiri (tratto da un articolo di IM Isomotori)